
Tra le tante domande che possono affollare la mente di chi ha assistito con il fiato sospeso alla tragedia abruzzese, una in particolare continua, anche a quest'ora di notte, a frullarmi in testa:
"Ma cosa si prova ad essere svegliati nel cuore della notte dalla Terra che trema?".
Cosa succede quando una violenza inaudita ti sbatte nel giro di qualche secondo a metri di distanza dal tuo materasso dove stai riposando, sognando, persino facendo l'amore?
Chi, in questi giorni terribili, non ha provato, almeno per un attimo, a immedesimarsi un po'? Un piccolo esercizio che, dietro ad un apparente semplicità, cela un sottofondo angoscioso e, credo, impone una concreta vicinanza nei confronti di chi, in queste ore, lotta per una doccia, un pasto caldo e qualche coperta sotto la quale poter riposare un po', nel terrore che la terra tremi di nuovo.
E' una piccola istantanea della paura quella che scriveva ieri sul corriere Gianni Riotta, a chiusura del suo editoriale:
"Mentre cala la notte, nei paesi sotto il Gran Sasso la terra, ogni tanto, dà un nuovo scossone. Piccolo. Leggero. Sinistro. Così, tanto per ricordare chi comanda."
Proprio Lei, la Terra. Da sempre simbolo di sicurezza, approdo, pace e tranquillità. La prima parola urlata a squarciagola dagli alberi di navi in arrivo in porti sicuri. "Terraferma", come da sempre è stata chiamata, un po' affettuosamente, da naviganti e piloti di areoplani, tanto da meritare baci rituali all'arrivo dei voli dell'inizio del secolo scorso.
Proprio Lei, che ora si rivela traditrice, killer tutt'altro che silenzioso ma implacabile, autrice di un delitto efferato, pugnalatrice alle spalle di vecchi, donne, adulti e bambini (16!), in grado di martoriare un'intera regione d'Italia, a partire dalle sue radici. Da un giorno con l'altro. Più rapida di qualsiasi guerra o carestia.

Come si fa a pensare alla propria casa, alla propria famiglia, dalle cose più banali come il computer su cui sto scrivendo sino ai propri fratelli che scompaiono tra le macerie e la polvere di punto in bianco, senza preavviso, nel cuore di una notte impossibile da dimenticare. E' qualcosa che, a pensarlo bene, squarcia l'anima e non lascia scampo, proprio come un terremoto.
Ripenso a una frase sentita oggi: "A pensarci, se avessi avuto la fortuna di salvarmi, sarei in giro da giorni senza vedere nulla. Di certo, scappando tra i muri in sfacelo, non avrei pensato a prendere i miei occhiali". Sembra una banalità, ma rende l'idea del disagio di chi è sopravvissuto e ora scopre quanto era preziosa una dentiera, il caricatore di un cellulare ormai scarico, una stampella, una scatola di pastiglie, la foto di una figlia perduta per sempre e migliaia di altri piccoli oggetti quotidiani, ora lussuosi.
Ma se a campeggiare sulle prime pagine dei giornali sono, giustamente, i numeri di vittime sempre crescenti in un vortice di disperazione, un pensiero l'ho rivolto anche a molti degli edifici crollati, a partire dai palazzi che tappezzavano i centri storici, le chiese, le piazze sventrate... Non si tratta di un pensiero estetico o di un amore ritrovato, così, all'improvviso, per l'arte e per monumenti peraltro mai visti.
Il crollo di una chiesa vecchia di secoli o di qualsiasi edificio antico è, invece, già di per sè dotato di un enorme potere evocativo. Per quanto triste e grottesco possa sembrare, l'uomo è per definizione mortale, fugace, temporaneo, in qualche modo "provvisiorio". Da sempre uomini e donne nascono e muoiono, spesso nelle circostanze più disparate, ingiuste, stupide che si riesca ad immaginare.
Ma un palazzo che invecchia tra i secoli, una chiesa che vede intere generazioni battezzate al proprio altare, una via che una volta veniva solcata da carrozze con i cavalli prima delle moderne automobili no. Loro, in qualche modo, sembrano esserci da sempre.
Si ha come l'impressione che quello che sia crollato, in Abruzzo, sia l'idea stessa di stabilità, come se, a guardarlo bene, tutto quello che ci circonda sia solo una parentesi.