Mi rendo conto che ho appena finito di scrivere dell'Olanda, proprio qualche minuto fa, più o meno 3-4 cm di schermo sotto quanto scrivo adesso e che, quindi, rischio di essere ripetitivo.
Pazienza!
Qualche giorno prima di partire per Amsterdam mi è capitato in mano questo libro, che colgo l'occasione di consigliare: "Il nero dal cuore bianco" di Arthur Japin.
Ambientato a Delf, non troppo distante dalla capitale, è la storia di due principi africani Ashanti che vengono prelevati dalla loro famiglia d'origine e portati in un'Olanda ancora razzista per apprendere i valori occidentali. Quando i destini dei due si dividono uno scrive all'altro una lettera, che suona, alle mie orecchie un po' stanche del "solito" come una necessità impellente di innovazione, di lasciarsi alle spalle secoli di storia noiosa di cui, soprattutto in questo angolo di mondo, siamo intrappolati e provare a costruire qualcosa di nuovo.
Questa credo sia la più candida immagine che mi è rimasta in mente della capitale del paese dei tulipani dove oltre a fiori, canne, perizomi e mulini ho visto molto altro, non ultimo un modo di vivere limpido e sostenibile che, forse, varrebbe la pena di importare.
Amsterdam è piaciuta un po' a tutti durante questi pochi giorni. A qualcuno perché l'ha scoperta sotto un'altra luce, anche solo quella solare; a qualcun altro perché ci ha visto una società scevra di ogni pregiudizio, in particolar modo religioso, tanto da permettersi di organizzare una mostra di arte moderna nella principale cattedrale del paese e di garantire quelli che, per gli olandesi, sono ormai considerati diritti quasi inalienabili, indipendentemente da quanto si esclama dai pulpiti in Vaticano.
Ad altri è piaciuta soprattutto perché spensierata ma pragmatica, a metà tra la storia e la sostanza, libertina ma piena di regole sensate, vasta ma a misura d'uomo, nella sua dimensione "ciclabile". Un posto dove, nonostante un tasso di precipitazioni tra i più alti d'Europa, rinunciare alla macchina per andare al lavoro non è considerato nè sconveniente, nè virtuoso, nè tantomeno eccentrico, ma semplicemente normale.
Che voglia dire proprio questo, progresso?


2 commenti:
e' in mattine come queste in cui ti chiedi se il prezzo del progresso sono stati i colori, e le emozioni, e le piastrelle un po' fuori posto.
in cui nemmeno il pensiero di un caffe' in una profumata via di pisa, baciata dal sole che si riflettera' sul tirreno, scaccia il suono monotono che avvertono tutti i tuoi sensi.
A testa bassa cammini a compiere il tuo dovere; loro ce l'hanno in testa fin da quando sono nati, qual'e' il loro dovere. Noi ce lo dobbiamo inventare ogni minuto, suole straniere su queste cazzo di piastrelle regolari e appena sistemate. Ci vorrebbe un urlo per farvi capire che siete vivi in questo dannato silenzio che penetra in ogni via. Ma chissa' per quale motivo, tutte le famiglie continuano imperterrite a vivere serene e felici.
Il prezzo di questo progresso e' la poesia di un filo d'erba che puo' spuntare solo dove una piastrella sbeccata lascia scoperta un po' di terra.
ossantocielo! l'Umbe poetico mi mancava.
bel pensiero, davvero, soprattutto perché "macinato" dall'esperienza personale; ci aggiungo anche un apprezzamento per la forma (se si esclude l'apostrofo malandrino sfuggito dopo "qual"); si vede che la lontananza può aiutare...
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